
Ci sono voluti ben dodici soli ardenti, perché il ghiaccio si sciogliesse dai tetti sporgenti ed io potessi uscire dalle gelide stanze con l'occhio fisso sulla meta da raggiungere.
Ho percorso aspri sentieri, salite impossibili e scomodi dorsi a piedi; ho spremuto il giorno come un limone; ho sostato alle città di Sodoma e Gomorra, ma sempre ho tenuto lo sguardo in avanti e, sorpassata la creta, ho invocato il soccorso degli eventi benigni. Il loro ritorno e ristoro.
Sono stata quercia sotto le intemperie e anche se ho perso qualche ramo, ne ho tanti ancora con foglie sempre verdi.
Ho bruciato essenza, spargendo il profumo sotto le narici di gente sconosciuta ed indifferente;
e ho scritto numerose parole, che mi hanno sostenuta come barca sulla torrente.
Qualche isola l'ho pure trovata dove attraccarmi brevemente.
Ora, la mia nuova residenza è in una conchiglia vergine, dove altre onde arriverranno.
Ci sono voluti dodici Vangeli, perché il Fato si convertisse al più Sacro. Il Mio.
***
Domani ritornerà il dodici di novembre dell'anno millenovecentonovantasei a farmi visita
e anche se il Ricordo con il tempo si assopisce ad ogni ricorrenza si risveglia.
Ho pensato molto prima di pubblicare questo testo, ma poi mi sono detta:
perché spegnere il tredicesimo sole? Dove dovrebbe risplendere se non sul mio blog?
Carmen

Il tempo della barca
che ritorna è forse
meno uguale di quell’altra
che con la vela alzata parte?
eppure presuntuosamente
tagliamo a fette il tempo
perché la parte tua
la mia non divori
la tua sia tua
la mia sia mia
ma nella consistenza
l’uguaglianza vira:
per una barca che affonda
il tempo ne fa altre mille
e virano altrove.
Rondine

mi tornano in mente
ostie immacolate
in bocca al mistero
l’unzione sacra
il piccolo seme
un sonno estremo
e
sulle ali spiegati
la consegna
del tuo diario:
avevi scritto di un Dio
Blù Cobalto.
Rondine
Nota:
è dedicata a
Giuseppina Geracitano,
la cui vita fu
una breve Poesia.

C'è una dimora nella valle
dove albergano la memoria
il rimpianto, la storia
lì il vento porta il tempo
all'origine di ogni cosa
e incedono i passi
del silenzio
come la danza leggera
di una visione meravigliosa
l'acqua trasparente
che gorgheggia innocente
il tesoro nascosto
nel cuore dell'Anima
è l'empatia di una breve poesia
l'incubo della tempesta
che si splaca
C'è una pianura dove il presente
si distende e giorni giocano
sulle spighe e sulle ortiche
e l'orizzone resta irragiungibile
C'è una barca in mezzo al mare
che sfida la bonaccia e le onde
il coraggio di chi vorrebbe arrivare
alle coste della luna
dove si profila l'illusione
nell'ottica della fortuna
come l'incoscienza che prosegue
incurante di quel che trova
e sfonda le barriere
lo schiaffo del vento
gli spruzzi della sorte
C'è una terra che aspetta
a ventre aperto
terra che da e riprende
e richiude il suo ventre
poi
c'è una cielo sopra la testa
che ci osserva.
Rondine


L’inverno pare senza fine
accostata alla fredda ragione
alla forza alla scienza agli affetti
con unghie aggrappate alla vetta
da dove echeggia fino a valle
la subdola risata della iena
disegno sopra il cielo una linea
unisco la sopravivenza alla follia
che acclamo Regina
di cunicolo e spazi improvvisi.
Ma l’albero
che mi sta di fronte da una vita intera
cosa fa più di me se non altro
di assistere impotente alle cadute
delle foglie, eppure la mia esistenza
è più breve?
io sono l’anomalia dell’albero solitario
mi vesto e mi spoglio come voglio
anche a stagione finita, se la cosa mi è gradita.
Ho navigato tanto quando ero barca
e adesso che sono transatlantico
navigo su acque più alte
ho ancora onde da solcare prima
di raggiungere il mio porto.
A me furono consegnate la rotta e la nave
perché so virare controcorrente
e a bordo non è salito nessuno
perché nessuno arrivò
dopo il suono della campana.
Il capitano affidò
alle mani del tramonto il Poema
ed io trovai il modo
di accendere il sole, anche di notte.

(l'immagine è stata presa da google, unicamente per accostarla al testo)
Erano storpi che partecipavano
ad una gara da corsa
i tredici lunghissimi anni
a quei tempi era in vigore
la legge della sottrazione,
non si poteva sommare
la sconfitta alla vittoria
perché non c'era un traguardo.
Hanno provato ad annegarmi
i tredici lunghissimi anni
ero diventata il pesce nell'acquario
e quando hanno reciso pure le ali
ho imparato a camminare.
Non è vero
che gli anni affievoliscono il ricordo
è solo cambiata la prospettiva della bugia
invece di osservarla da basso la vivi dall’alto
e capisci, capisci
e tiri avanti
come il bue al suo carro
fino a quando protesti e ricordi
che non sei bue ma donna,
sono stati ribelli
i tredici lunghissimi anni.
Poi, dopo risorgi
non come la Fenice,che nulla c’entra,
risorgi dalla tua stessa idea:
guardi allo specchio e ti accorgi
che hai smesso di porre domande
perché cambia la musica,
all'ultimo valzer dei tredici anni.
Non c’è nessuna certezza di quella che sono, o delle donne che dimorano in me ,
e questa incertezza ha fatto sì che mi stupisco ogni volta che ingoio una lacrima d’immenso.
L’essere primordiale che vive in me ha alzato le tele che confondevano la mente.
Io posso osservare come un faro oltre il mare e virare la mia vita verso l’orizzonte che voglio.
Io posso fare il miracolo. Io sono il mio Miracolo.
Ho un tabernacolo che tengo illuminato. Sempre. Un tabernacolo costruito con mattoni di fatica, di dolori e di disillusioni, e ogni volta che l’oscurità prova a rosicare la mia luce, io ne genero altra.
Io so generare luce. Io sono la mia Luce.
Se guardo indietro, posso vedere un percorso preciso. Un percorso difficile ma non impossibile.
Si trattava di superare certi ostacoli che servivano a spianare la vista, certi ostacoli necessari come i livori per apprezzare
Io, a differenza di tanti sul treno, so dov’è la bellezza. Essa dimora nella forza, nei valori e nelle rinunce per quei valori.
Dopo il viaggio restano le gocce di un immenso che non conosco, ma che percepisco che c’è.
Da qualche parte c’è ed è bene non sapere dov’è.
Che resti l’Immenso nella percezione, in modo tale che nessuno possa consumarlo.
L’immenso così è di tutti.
Io ho conosciuta le varie forme dell’immenso, nella nascita e nella morte. Nella speranza.
Io mi nutrisco dell’immenso, della fatica e della gioia. Io so gioire.
Io sono la gioia di me stessa, perché ho saputo ingoiare il dolore.